Alla fine ce l’hanno fatta. Quei gruppi di cittadini che hanno animato in molte occasioni la vita della città con momenti di protesta e di azione civica si sono messi insieme e propongono una lista civica, autonoma da tutti i partiti, per le prossime elezioni comunali. Si tratta di un successo anche del quei movimenti prepolitici come Piacenza che vorrei che da mesi avevano adottato il metodo dell’assemblea permanente per convincere anche i più diffidenti che l’unica rivoluzione possibile è quella della partecipazione. Del resto l’offerta politica che ha di fronte l’elettore appare molto confusa, dato che quasi tutti i candidati si stanno esprimendo con idee e proposte molto simili, ad esempio proprio in tema di partecipazione e di sviluppo sostenibile. Quindi è estremamente importante che il criterio di scelta sia quello della credibilità del gruppo di persone che compone una lista e del candidato sindaco. E come è possibile che chi ha militato con ruoli di responsabilità nell’amministrazione uscente, campione della partecipazione del giorno dopo (quella che si fa per finta, dopo che le decisioni sono state prese) possa essere creduto quando dichiara di volere un comune più partecipato ? Lo stesso può dirsi per chi è al governo della Provincia, che, ad esempio sui temi ambientali, non è certo all’avanguardia e non basta certo qualche dichiarazione di buone intenzioni ed il presenzialismo, in tutte le salse ed in tutti i contesti, a cancellare le prove inconfutabili del disinteresse per l’ambiente che stanno nelle delibere di questo Ente. Ben venga quindi la lista Piacenza bene comune e la candidatura a Sindaco di Piero Solenghi, perché si abbia un’alternativa all’andare al mare o ad un voto a scatola chiusa per coloro che promettono ciò che sanno di non voler mantenere.
Umberto Fantigrossi
PRIMARIE A PIACENZA: UN’OCCASIONE PERSA
Featured
Primarie a Piacenza: un’occasione persa, ora al lavoro. Benchè i toni dei protagonisti siano trionfanti, l’esito delle primarie della coalizione di centrosinistra che hanno visto prevalere il delfino del Sindaco di Piacenza uscente lascia perplessi per più di una ragione. L’immediata polemica sulla partecipazione di una rilevante fetta di stranieri, la processione di vari dirigenti del centro sinistra alla Digos ed in Procura per i sospetti sull’acquisto di voti previa fotografia delle schede, le voci sulla partecipazione al voto di cattolici di centrodestra a sostegno del candidato Dosi, sono tutti elementi che confermano i timori di molti circa il tasso di scarsa democraticità e trasparenza di tutta l’operazione. Del resto che si trattasse di un processo dominato e condizionato dai partiti e soprattutto indirizzato a mantenere in sella il blocco di potere attualmente al governo della città lo si era capito fin da subito. Pensate al ruolo non certo secondario che lo stesso PD ha giocato nel determinare una prolificazione di candidati, apparentemente in competizione ma di fatto allineati e vocati a giocare un ruolo di supporto, evitando il rischio di concentrare il voto alternativo. La stessa campagna elettorale, affidata per lo più ad incontri pubblici in cui il pubblico non poteva interloquire ed infine una piattaforma programmatica tanto labile quanto unificata dal solo concetto della continuità rispetto all’attuale amministrazione. Tutti elementi che fanno rimpiangere il vecchio metodo delle assemblee di partito, dove non mancava certo il cammellaggio, ma che in fatto di dialettica e di aperto confronto tra soluzioni effettivamente contrapposte forse erano meglio. Ora si tratta di capire se ci sono spazi per coltivare un progetto per dare alla città un governo diverso. Poiché anche dal centro destra i segnali sono di una grande difficoltà, l’unica possibilità è quella di una lista civica che si ritenga e sia autenticamente alternativa ad entrambi gli schieramenti e si connoti per una totale inversione della rotta in tutte le politiche urbane, a cominciare dai temi dell’ambiente, del territorio e della salute. Le persone non mancano e le idee anche. Tutte le persone che credono ancora nella buona politica e sentono il dovere, ancora più fortemente in questo periodo di crisi generale, di lavorare per il bene comune, saranno le benvenute.
Umberto Fantigrossi
Beni comuni e diritti dei cittadini
Featured
Intervista all’Avv. Umberto FANTIGROSSI
1. D. Cosa si intende esattamente per “beni comuni” ?
R. Premesso che nell’attuale diritto positivo la categoria del beni comuni non ha ancora trovato riconoscimento, la dottrina giuridica identifica con questo termine quei beni che sono funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità e che devono essere salvaguardati anche nell’interesse delle generazioni future. Un esempio di beni che potrebbero rientrare nella categoria sono i beni ambientali (acqua, aria, territorio) e anche alcuni beni immateriali, come le informazioni pubbliche. Non necessariamente si dovrebbe trattare di beni appartenenti allo Stato o agli enti pubblici, perché il regime del bene pubblico verrebbe riferito più all’aspetto funzionale che a quello dell’appartenenza, venendo così a superarsi la distinzione classica tra beni pubblici e beni privati.
2. D. Da dove deriva l’esigenza di una riforma legislativa in questo settore ?
R. Il contesto in cui ci muoviamo è quello della crisi dello stato sociale e più ancora in generale della difficoltà di tutto l’ordinamento giuridico tradizionale a fornire soluzioni adeguate ai grandi fenomeni sociali in atto come quello della globalizzazione (crisi dello Stato e degli ordinamenti nazionali) e della crisi economica. Vi sono spinte ad utilizzare i beni pubblici per sanare i deficit pubblici e a superare ogni forma di regime pubblicistico, visto come recessivo e perdente rispetto al più efficiente diritto privato. Anche nel settore dei beni pubblici, si vuole abbandonare la demanialità e si ritiene che le esigenze di fruizione collettiva dei beni possano essere soddisfatte anche superando la rigida separazione formale tra beni demaniali e beni patrimoniali. Occorre però fare attenzione, perché se la nuova categoria dei beni comuni viene concepita con contorni troppo vaghi, l’obiettivo di avvicinare i cittadini al patrimonio collettivo, assicurandone in primo luogo la conservazione e comunque una gestione partecipata, potrebbe non essere conseguito efficacemente.
3. D. La giurisprudenza ha già riconosciuto la categoria dei beni comuni ?
R. Nella recente decisione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che ha confermato la demanialità delle valli da pesca della Laguna di Venezia (sentenza n. 3665 del 14 febbraio 2011) è contenuta una significativa rilettura delle norme del codice civile in materia di beni pubblici, alla luce dei principi costituzionali (ed in particolare degli art. 2, 9, e 42 Cost.) e si perviene ad affermare molto efficacemente che la “demanialità” esprime una duplice appartenenza: alla collettività ed al suo ente esponenziale, dove la seconda si presenta come “appartenenza di servizio”, cioè non fine a se stessa ma comportante gli oneri di una “governance” che renda effettive le varie forme di godimento e di uso pubblico del bene. Il che rappresenta una prospettiva che se adeguatamente sviluppata potrebbe far venir meno l’esigenza di introdurre la nuova categoria dei beni comuni di cui si sta discutendo.
4. D. La Commissione Rodotà nel 2007 ha concluso i suoi lavori con una proposta di modifica del codice civile in questa materia, qual è il suo giudizio ?
R. Il punto debole di questa proposta è a mio avviso proprio l’aver introdotto una distinzione tra beni comuni e beni pubblici, considerando la nuova categoria come un terzo genere nel quale rientrano beni che possono appartenere sia a persone pubbliche che a privati. In questo modo il regime di orientamento alla soddisfazione delle esigenze della collettività si fa necessariamente troppo debole e si perde di vista che il vero obiettivo dovrebbe essere assicurare l’esercizio dei diritti dei cittadini sui beni pubblici.
5. D.Nell’ambito del c.d. Federalismo demaniale a Regioni ed enti locali si prevede vengano trasferiti una serie di beni pubblici; nella prospettiva dei beni comuni e dei diritti dei cittadini questa riforma è positiva ?
R. Si, nella misura in cui anche in questo settore andrebbe attuato il principio di sussidiarietà, declinato nel senso di avvicinare il più possibile il livello del potere decisionale a quello dei soggetti destinatari degli effetti delle decisioni stesse. Le recenti riforme relative al federalismo demaniale contengono inoltre una disposizione molto importante (l’art. 2, comma 4, del Decreto legislativo n. 85 del 2010) in base al quale: “ L’ente territoriale, a seguito del trasferimento, dispone del bene nell’interesse della collettività rappresentata ed è tenuto a favorire la massima valorizzazione funzionale del bene attribuito, a vantaggio diretto o indiretto della medesima collettività territoriale rappresentata. Ciascun ente assicura l’informazione della collettività circa il processo di valorizzazione, anche tramite divulgazione sul proprio sito internet istituzionale. Ciascun ente può indire forme di consultazione popolare, anche in forma telematica, in base alle norme dei rispettivi Statuti”. Mi pare che questa prospettiva sia molto vicina a quella che si vuole promuovere nel dibattito sui beni comuni.
6. D. C’è un legame tra difesa dei beni comuni e democrazia e quali sono le prospettive a questo proposito ?
R. Il legame è evidente, essendo storicamente accertato, fin da diritto romano, il legame tra sovranità e territorio. Il popolo non sarebbe più sovrano se non avesse dei beni su cui esercitare la sovranità. Oggi che si è venuto ad allentare troppo il legame tra i cittadini e le istituzioni, rivendicare il diritto a partecipare alle decisioni sull’appartenenza pubblica di certi beni fondamentali per il benessere dei cittadini (penso anche a certi beni funzionali alla conduzione di servizi pubblici come le reti di trasporto ferroviario) è un modo per esercitare direttamente la sovranità e quindi un necessario tentativo di superare i limiti della democrazia fondata esclusivamente sulla delega elettorale e di arrivare ad una democrazia più compiuta e matura, fondata sulla partecipazione.
Piacenza, 21 gennaio 2012
Rovesciare il tavolo delle primarie
Featured
Umberto Fantigrossi parla su spreaker, la radio on line, commentando le primarie del centro sinistra che si terranno a gennaio:
- sono un occasione di democrazia?
- si è delineata una cornice programmatica, ma il quadro dov’e?
Se vuoi conoscere la risposta a questa e ad altre domande, ascoltaci su Spreker.
ELEZIONI COMUNALI: PROPOSTE NON DOMANDE
Featured
Ezio Trasciatti ha rivolto, come già prima di lui l’avv. Cherchi, una serie di domande ai candidati alla carica di Sindaco. Mi pare che ci sia, in questo atteggiamento, un grave errore di metodo, frutto della cattiva abitudine di pensare che la politica sia qualche cosa di estraneo ai cittadini e che l’unica incombenza che spetta a loro sia quella di recarsi alle urne e di scegliere bene i propri amministratori. Sono ormai decenni che gli studiosi della democrazia (cito fra i tanti Feliciano Benvenuti ed Umberto Allegretti ) ci spiegano i limiti della delega e la necessità di introdurre, in particolare nei governi locali, una massiccia dose di partecipazione e di gestione in comune della cosa pubblica. Le soluzioni ai problemi della città non possono cadere dall’alto o essere comunque frutto delle intuizioni di pochi (anche se tecnici), ma piuttosto derivare dalla libera discussione e dalla proposta di coloro sulle spalle dei quali ricadono le conseguenze delle scelte che si fanno. Questo anche per una ragione di efficienza, perché è molto probabile che una decisione assunta con la partecipazione ed il contributo dei cittadini, che vivono direttamente i problemi, risulti più adeguata. Valga qualche esempio. La ristrutturazione del piazzale della Stazione ferroviaria e l’organizzazione dei parcheggi che la contornano sarebbe risultata sicuramente migliore di come è attualmente se si fossero organizzate delle assemblee civiche ed ascoltate le ben documentate proposte dei pendolari. Lo stesso si può dire per il centro storico: nessuna soluzione al tema del traffico, dell’inquinamento e del rilancio del commercio di vicinato (che in quanto tale dovrebbe essere raggiunto a piedi o in bicicletta) può essere idonea se non si interpella chi vive in questa parte della città. Occorre sicuramente fare in modo che gli orari della città siano ampliati e che sia possibile anche di sera (almeno due o tre giorni alla settimana) trovare un esercizio pubblico, un museo o una biblioteca aperti. Ma come si può pensare di fare un piano dei tempi della città senza il coinvolgimento di tutti ? Ecco allora che servono idee e proposte e anche la disponibilità ad un impegno civico che vada al di là del semplice domandare. Per attivare un vero percorso partecipativo in vista delle elezioni comunali sarebbe bello che in ogni ambito di vicinato si costituisse un’assemblea permanente di cittadini che iniziasse ad incontrarsi e anche con l’aiuto della rete informatica avviasse una discussione su cosa bisognerebbe fare per migliorare quella parte di città. Sono certo che pur con difficoltà emergerebbero tante energie e tante proposte per fare davvero una Piacenza migliore e nel contempo potrebbe venir fuori anche una nuova leva di amministratori, certamente meno autoreferenziale dell’attuale.
Umberto Fantigrossi
SILVA CHI ?
Featured
E’ stupefacente a che livello di supponenza e autoreferenzialità possono arrivare i politici di professione. Sul quotidiano Libertà è apparsa la seguente dichiarazione del Segretario del PD di Piacenza Vittorio Silva, alto funzionario della Provincia e di altri enti, entrato nella pubblica amministrazione all’epoca in cui (semprechè non sia ancora così) il maggior titolo era l’appartenenza al partito. Al giornalista che gli chiedeva una valutazione dell’iniziativa politica del gruppo spontaneo di cittadini che si è dato la denominazione “piacenzachevorrei”, ha risposto: “Fantigrossi non mi ha chiamato”, aggiungendo poi la precisazione che chi farà parte della coalizione dovrà essere “organico” al centrosinistra e riconoscere i meriti di dieci anni di giunta Reggi. Francamente non saprei immaginare una distanza maggiore dal comune sentire di coloro che vogliono un vero rinnovamento della politica e l’abbando di categorie, come l’essere organici “a prescindere” e di prassi di suddidanza al capo di turno. Forse Silva dovrebbe uscire dalla sua bolla, quella stessa che lo tiene impegnato da mesi sull’interessantissima discussione se i candidati del PD alle primarie di coalizione debbano essere 2 oppure 4, e occuparsi di esprimere qualche cosa di più di astruse formule verbali su cosa propone per la città. Pretendere adesioni o consensi ad un programma che non c’è e di manifestare interesse ad una competizione di cui non si conoscono le regole potrà andare bene a chi cerca la cooptazione a tutti costi in meccanismi da cui spera di trarre un qualche beneficio personale. Chi invece dalla politica non si aspetta nulla da quel punto di vista – perchè fortunatamente vive del suo, come si dice – ma vuole dare un contributo di idee, di proposte ed ancor prima di metodo, sicuramente non è disponibile ad entrare nel teatrino. Tenga pure il telefono staccato, caro Silva, perchè da me o dagli altri amici di piacenzachevorrei credo non arriverà nessuna chiamata.
Umberto Fantigrossi
Hello world!
Welcome to WordPress. This is your first post. Edit or delete it, then start blogging!
Auto Draft
Assemblea del 2 dicembre: i contenuti
Si è tenuta venerdì scorso per iniziativa di Piacenzachevorrei presso la sala di Via Giordano Bruno la quarta sessione di discussione pubblica sul tema: “Una città da vivere: l’urbanistica e la mobilità per la Piacenza di domani”. Il dibattito, promosso per realizzare un programma partecipato in vista delle elezioni comunali di primavera è stato introdotto dall’avv. Umberto Fantigrossi, il quale si è in particolare soffermato sui ritardi accumulati nei confronti della legislazione regionale in materia che da oltre un decennio ha indicato nella riqualificazione urbanistica e nella tutela dei suoli i grandi obiettivi da perseguire per assicurare uno sviluppo sostenibile delle città. Ha inoltre ricordato come la giurisprudenza ha da tempo affermato che i Comuni non hanno alcun impedimento nel rivedere al ribasso le volumetrie da costruire, non avendo consistenza effettiva in questa materia, a fronte di mutate esigenze della collettività, i c.d. “diritti quesiti”.
E’ poi intervenuto l’architetto Piero Poggioli, docente al Politecnico di Milano, il quale dopo aver illustrato le vicende storiche della crescita urbanistica della città ha analizzato il recente piano strutturale comunale (PSC). “Anche solo considerare la possibilità di costruire edilizia residenziale generica in un area come quella del comparto della Cittadella, appare una contraddizione rispetto ad una serie di necessità evidenti e pregresse: valorizzare le splendide architetture presenti (S. Sisto e Farnese in primis), risarcire la grave carenza di verde nel centro storico, soddisfare le carenze delle funzioni museali, culturali e scolastiche presenti in loco, risolvere, con la delicatezza dovuta nel caso, il problema dell’assenza dei parcheggi nel settore nord del centro storico”.
Sul tema del centro storico – ha proseguito Poggioli – oggetto di innumerevoli discussioni, che evidenziano una percezione diffusa di una sua generale crisi, non trova proposte risolutive definite a nessun livello, se non attraverso una generica richiesta di modifica o annullamento della Zona a Traffico Limitato, proveniente soprattutto dalla minoranza e da alcune voci rappresentative di parte dei commercianti.
La crisi del centro storico si combatte prevalente con una presenza continua garantita dalla residenza, dalla riqualificazione dei numerosi edifici fatiscenti e da quella degli spazi aperti con eliminazione progressiva di tutti i parcheggi a raso e la ricerca di strategie per il recupero di aree verdi delle quali è nota la carenza. Inoltre bisogna essere coscienti che l’eventuale espulsione di funzioni attrattive (Ospedale, Uffici Comunali, Uffici Giudiziari, Mercato…) unitamente ad un dissennato sviluppo di centri commerciali esterni, non potrà che limitare le presenze in centro, accelerando quel processo di “desertificazione” più volte rilevato dall’opinione pubblica ed incrementando la tendenza ad essere occupata da cittadini stranieri di prima immigrazione.
La valorizzazione degli spazi aperti e delle vie del centro storico pretende un nuova attenzione alle sistemazioni delle pavimentazioni e degli arredi urbani che non possono essere improvvisate episodicamente, al di fuori di una solida regia complessiva e di competenze qualificate.
L’esempio di alcuni interventi recenti di riqualificazione urbana (es. Ex Unicem e Ex Fiera) pongono in modo evidente questioni nodali sul consumo di suolo, sulla sostenibilità ambientale in genere e sulla qualità architettonica ed urbanistica dei nuovi interventi. Piacenza si è caratterizzata per una totale distrazione nei confronti di queste questioni imprescindibili, che invece hanno costituito fondamento per una serie di esperienze europee. Se il continuo incremento della popolazione mondiale autorizza una riflessione per rispondere compiutamente alle continue esigenze di costruito (anche con nuove strategie e/o tipologie edilizie) è evidente che la nostra città ha realizzato, e continua a realizzare costruzioni che non hanno (da anni) corrispondenti fruitori, tanto da spingere a considerare che molti dei fabbricati invenduti potrebbero essere tramutati in edilizia sociale-agevolata, l’unica per la quale la richiesta resta sempre elevata.
Se Piacenza vuole essere una città attrattiva – ha concluso Poggioli – allora occorre senz’altro investire in “bellezza”.
La seconda relazione introduttiva è stata svolta dall’arch. Stefano Benedetti, il quale ha sottoposto ad ulteriori critiche la proposta di nuovo PSC dell’attuale amministrazione.
L’assenza nel Documento Preliminare di un bilancio complessivo dei problemi urbanistici, basato su un’analisi d’insieme dei fabbisogni della popolazione, degli effetti dell’attuazione del PRG vigente, delle vocazioni d’uso delle diverse parti del territorio comunale e delle relazioni di questo con i territori circostanti è un limite che rende necessari ulteriori approfondimenti.
La parte progettuale del Documento Preliminare è stata sviluppata solo per le aree suscettibili di “trasformazione urbanistica” (le grandi infrastrutture e le aree militari) e non anche per le altre parti del territorio di interesse generale, bisognose di riqualificazione e adeguamento (dal centro storico ai quartieri periferici, alle frazioni, alla campagna, alle aree fluviali) e per le varie funzioni (verde e servizi pubblici, attività economiche, sociali, ecc.).
La scelta di sostenere la produzione edilizia privilegiando ancora le nuove costruzioni anziché il recupero edilizio, privatizzando le aree militari per costruirvi nuovi quartieri residenziali non appare giustificata da bisogni documentati: secondo i dati forniti dallo stesso Documento Preliminare ci sono oltre 8.000 alloggi vuoti e altri 1.500 da costruire, già previsti dal Piano Regolatore vigente; la popolazione è in lieve aumento, dopo anni di forte decrescita, ma solo grazie all’immigrazione. Quindi non risulta, nel breve-medio periodo una necessità di nuovi quartieri residenziali, tanto meno di pregio.
Appare ineludibile, ha concluso Benedetti, la necessità di integrazioni sostanziali del Documento Preliminare e di un ripensamento delle forme e dei tempi della partecipazione, in modo da garantire il pieno coinvolgimento dell’intera cittadinanza nel processo di formazione delle scelte strategiche e di interesse generale, senza imporre decisioni verticistiche, affrettate e sommarie.
Il terzo intervento è stato quello del Presidente dell’Associazione pendolari di Piacenza Ettore Fittavolini che ha affrontato il tema della mobilità urbana ed in particolare della necessità di assicurare il rispetto della convenzione a suo tempo stipulata tra le Ferrovie dello Stato e gli enti locali per l’utilizzo della nuova tratta ad Alta velocità Piacenza-Milano anche per il trasporto dei pendolari. Al riguardo ha ricordato che la fattibilità del progetto è stata confermata dal Ministero delle Infrastrutture che aveva premiato la proposta inserendola tra i progetti di eccellenza a livello nazionale.
Urbanistica e mobilità
VENERDI’ 2 DICEMBRE 2011
ORE 21
Via Giordano Bruno 10, PIACENZA
ASSEMBLEA PERMANENTE DI CITTADINI
QUARTA SESSIONE
UNA CITTA’ DA VIVERE:
L’URBANISTICA E LA MOBILITA’ PER LA PIACENZA DI DOMANI
Siete invitati a discutere di questi argomenti:
- Piano Strutturale Comunale (PSC) che cos’è e che cosa prevede a Piacenza per i prossimi 20 anni?
- I cittadini hanno diritto di partecipare alle decisioni urbanistiche?
- “Diritti quesiti” in urbanistica, esistono veramente ?
- Aree militari: beni comuni da riutilizzare per migliorare i servizi urbani e la qualità ambientale o da privatizzare e trasformare in nuovi quartieri per sostenere lo sviluppo edilizio?
- Urbanistica a volumi zero: è possibile ?
- Quale sviluppo o quale riqualificazione per il centro storico, i quartieri periferici, le frazioni, le aree agricole, le fasce fluviali, le funzioni abitative, commerciali, industriali, gli uffici, i servizi, le infrastrutture. Quali le priorità?
- A Milano in 30 minuti, con la TAV o con “la metropolitana leggera”?
- E’ possibile trasferire dalla strada alla rotaia tutte le merci trasportate su lunghe percorrenze per abbattere il traffico di mezzi pesanti a Piacenza?
- Dotare il PSC di un piano della mobilità urbana? Quali i problemi e quali le soluzioni possibili?
ALTRI TEMI POSSONO ESSERE SUGGERITI SCRIVENDO A: